Quando il rischio è nell’aria

 

Il  75% delle patologie e delle cause di morte è associato a problemi legati al degrado ambientale e a stili di vita scorretti. Il dato, presentato in occasione dell’incontro organizzato da FNOM CeO e ISDE Italia , è di per sé inquietante, ma lo diviene ulteriormente se poi ci si sofferma sulle cifre, derivanti da autorevoli studi condotti in Europa e negli Stati Uniti, che pongono l’accento sulla correlazione tra inquinamento atmosferico e cancro al polmone: tali analisi sono concordi nel valutare che per ogni 120 ug/m3 di PM 2,5 si registra un incremento tra l’8% e il 14% di neoplasie polmonari. Inoltre, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, da un’indagine su 13 città italiane con oltre 200 mila abitanti,  nel periodo 2002-2004 ben 8820 morti/anno (di cui 742 per cancro al polmone) sono da attribuire a valori di PM10 oltre la soglia di 20ug/m3. Non che in Europa le cose vadano meglio, visto che negli ultimi 30 anni si è registrato un incremento dell’1,2% annuo dei tumori tra 0 e 14 anni e dell’1,4% tra i 14 e i 19 anni.

Se l’inquinamento atmosferico ha raggiunto livelli tali da destare un forte allarme relativamente alla salute pubblica, i cambiamenti climatici associati all’effetto serra sono motivo di altrettanta preoccupazione. Un problema che non riguarda solo l’Italia,  certamente ( nell’ultimo secolo la temperatura mondiale è salita di 0,6°, e si prevede possa salire  tra 1,4° e 5,8° entro la fine del secolo), ma che nel nostro Paese pare particolarmente rilevante. Si pensi che durante l’estate del 2003, caratterizzata da una forte afa, si sono registrati  (in base ai dati forniti dall’Istituto Superiore di Sanità) 2.222 decessi in più rispetto all’anno precedente, e nel periodo compreso tra il 16 luglio e il 15 agosto l’incremento dei decessi è stato addirittura del 36% nella popolazione in generale e del 40% tra le persone con oltre 65 anni.

 

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