Medico oggi: tra responsabilità civile ed etica professionale

 

I medici sono i primi testimoni delle evidenti ricadute che il danno ambientale provoca sulla salute dei loro pazienti. 

Gli operatori delle Aziende Sanitarie dei Dipartimenti di prevenzione, per esempio,  possono quotidianamente rilevare i fenomeni epidemiologici e osservare il progressivo consolidamento dei dati che indicano un aumento delle patologie e della mortalità da inquinamento atmosferico. A loro volta, i medici di medicina generale constatano direttamente nei loro ambulatori la diffusione sempre maggiore di patologie tumorali e soprattutto l’abbassamento dell’età di incidenza (K mammari, Linfomi ecc.). I pediatri constatano l’aggravarsi nei bambini – specie se  residenti in zone più inquinate o più trafficate - di patologie come l’asma, il raffreddore primaverile, le bronchiti, le broncopolmoniti e soprattutto i tumori. Gli Specialisti, infine, registrano il costante aumento delle patologie cronico-degenerative -  tra cui quelle cardiocircolatorie e respiratorie, che rappresentano le cause principali di mortalità e di ricovero – così come  di disturbi nello sviluppo del sistema nervoso centrale legati all’esposizione a un vasto spettro di inquinanti chimici ambientali.

Aver registrato le evidenti ricadute del danno ambientale sulla salute pubblica ha posto la classe medica di fronte alla responsabilità di orientare il proprio ruolo professionale, oltre che civile, verso scelte sempre più decise a favore di uno sviluppo ambientale sostenibile.

La testimonianza di un preciso impegno in questa direzione emerge dall’introduzione, nel nuovo Codice deontologico di un apposito articolo, il numero 5, per il quale “Il medico è tenuto a considerare l’ambiente nel quale l’uomo vive e lavora quale fondamentale determinante della salute dei cittadini (…) Il medico favorisce e partecipa alle iniziative di prevenzione, di tutela della salute nei luoghi di lavoro e di promozione della salute individuale e collettiva”.

Proprio questa affermazione di ”partecipazione” merita di essere sottolineata. In effetti è da decenni che nei convegni medici si discute di salute, di rischi da lavoro, ambiente e inquinamento, ma le potenzialità di questa consapevolezza non sono arrivate ancora a conquistare un più ampio mandato nel confronti della collettività e dell’organizzazione sanitaria per gli aspetti di assistenza e di tutela della salute umana inserita nell’ecosistema. In altre parole, i medici che operano sul territorio devono arrivare ad affiancarsi  agli specialisti che tutti i giorni verificano – in base alle loro specifiche competenze – i danni che l’ambiente inquinato determina nella popolazione,  divenendo così la reale congiunzione fra sistema sanitario, popolazione e mondo scientifico.

Il nuovo articolo 5 prefigura un allargamento di prospettiva che coinvolge il medico nella sua funzione sociale, perché oggi il medico non può più limitarsi a un rapporto individualizzato con il paziente, ma deve guardare a un più ampio mandato nei confronti della collettività  e dell’organizzazione sanitaria, almeno per gli aspetti di assistenza e di tutela della salute umana inserita nell’ecosistema. Per raggiungere questo obiettivo è necessario superare le barriere corporative all’interno della categoria, collaborare con le altre figure di tecnici della salute e dell’ambiente, raccordarsi con quei settori professionali  che più possono influenzare gli amministratori e la popolazione – in particolare i media, la scuola, il mondo giuridico e quello economico. E’ opportuno sostenere e consigliare le altre categorie professionali e le amministrazioni affinché promuovano politiche di prevenzione e quindi di salvaguardia ambientale, creando consenso intorno a scelte che talvolta possono apparire anche scomode o impopolari.

 

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